Silenzio 

Ieri sera ho guardato la foto della mia cara zia e l’ho accarezzata, nella speranza che il mio tocco le sfiorasse il viso, ovunque si trovi. Erano anni che non mi soffermavo ad osservarla. Quando ci passavo davanti cercavo di distogliere lo sguardo, come ne avessi paura. In effetti per molto tempo quel volto impresso sulla pellicola mi ha intimorita: sembrava così brutto e minaccioso, così lontano dal mio ricordo di lei. Invece ieri è come se l’avessi ritrovata: sorridente, allegra, buona, addirittura  più giovane di ciò che rammentavo.

Mi manca. Lei e tutti gli altri abitanti di questa enorme casa, ora così vuota.

Per prima se n’è andata lei, avevo 8 anni. Poi fu la volta del nonno, quando ne avevo 11. Me ne sono andata io, fortunatamente per altra destinazione, 7 anni fa. Ma ero all’università, a periodi c’ero e in altri no.  Il salto definitivo è avvenuto 2 anni dopo, con la convivenza. Un paio d’anni di tregua, e fu la volta di nonna. Anche lei fisicamente non è in cielo, ma con la mente chissà dov’è,  per la maggior parte del tempo. 

Oggi sono qui sola, la mamma al lavoro e il papà in ospedale. C’è un silenzio surreale. 

Non ho in programma di vedere amiche, fare shopping o uscite serali. Se capiterà una chiacchierata, tra una mattina a fare commissioni e un pomeriggio in ospedale, ne sarò felice. Ma non cerco nessuno, per ora.

Mamma una volta mi ha confidato che papà, quando vengo in visita e poi me ne vado, le dice con aria triste che è tornato il silenzio. Ora capisco davvero cosa intende.

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La verità rende liberi 

Ieri sono stata a cena con due care amiche, che ho successivamente invitato a casa per bere un caffè e concludere la serata. Le chiacchiere sono state parecchie e i discorsi sono caduti sulla persona Gentilissima e il mal di stomaco che mi ha provocato per tutta la settimana. Fortunatamente ho trovato forte appoggio da parte loro, il che mi ha permesso di lasciarmi andare ad uno sfogo intenso e bruciante. E lì è successo: l’esplosione, l’eruzione, la liberazione, il deflusso di quell’amarezza che un segreto custodito troppo a lungo provoca. Ho detto loro cos’è che mi è successo a vent’anni e che mi ha segnata per sempre. La ragione per cui ho sospeso la mia esistenza  per  riprenderla molti anni dopo, come un film in cui metti pausa e quando ripremi play riparte da dove lo hai lasciato. Il motivo che mi fa essere in ritardo sulla tabella di marcia delle tappe fondamentali della vita. Sono sempre stata vaga con loro, hanno sempre saputo che era successo qualcosa e quel qualcosa aveva creato uno stop, ma non hanno mai saputo (e probabilmente mai immaginato) la sua portata. Mi è dispiaciuto vedere lo sbigottimento e il dolore nei loro occhi. Ma dopo aver pronunciato quelle parole mi sono sentita libera, svuotata, leggera. La verità rende liberi. La nascondo sempre, anche troppo, come se fosse una vergogna, quando invece è qualcosa che mi è capitato, che capita continuamente nel mondo, e su cui non ho colpe. Neanche fosse uno stigma sociale, una sorta di lettera scarlatta stampata a fuoco sulla fronte, un bersaglio per nuove ferite. Questo mistero ammantato di segreti e sussurri è finalmente alla luce del sole e non è nulla di degradante, anzi. È un qualcosa che, quando le persone sanno, cambia il loro modo di guardarmi. C’è una luce, un rispetto, una consapevolezza diversa. Mi fa sentire come il gigante che sono e non mi riconosco mai abbastanza di essere, tutta intenta a nascondermi sotto una coltre di bugie o mezze verità. L’ho detto, è stato semplice come espirare, e mi ha permesso di inspirare aria nuova e rigenerante. Per un attimo ho avuto voglia di gridarlo al mondo intero, di alzare il telefono e raccontarlo a tutte le persone care che non ne sono a conoscenza. Ovviamente non è una cosa che farò. Si tratta di una faccenda personale e riservata. Tra l’altro, con le amiche non sono entrata nei dettagli, ma non serve, non cambia ciò che è stato e che è. Per me, però, oggi il mondo ha una luce diversa. Oggi sono sotto il sole senza protezioni e non ne ho bisogno: sono io e sono libera. 

Lady D e il principe azzurro 

Il 31 Agosto 1997 moriva, in un tragico incidente d’auto, Diana Spencer. Sono passati vent’anni, ma ancora ricordo l’amaro risveglio di quel giorno infausto: la nonna che arrivava in camera, apriva uno scuro della finestra e mi annunciava la triste notizia. Rimasi incredula, sgomenta, affranta. In mezzo a quelle delle fiabe e dei cartoni animati che adoravo, Lady Diana era una principessa vera, in carne ed ossa, ed era tutto ciò che un personaggio come lei doveva essere: bellissima, elegante, dolce e gentile. Ero cresciuta seguendone la storia sui giornali e alla televisione. Internet sarebbe arrivato poco dopo. Avevo visto i castelli dove abitava, in Inghilterra, con i miei genitori. L’avevo mancata per un soffio all’uscita da Buckingam Palace, dove feci almeno in tempo a vedere la Regina, che ci salutò dalla berlina nera attraversando i cancelli. Diana era la MIA principessa e la idolatravo. Le notizie sugli scandali della famiglia reale, sulla sua salute mentale, sul divorzio, mi avvilivano da tempo. Ma nulla mi aveva preparato al vuoto incolmabile che la sua morte mi lasciò. Era il sogno di una bambina che svaniva con le luci dell’alba e la obbligava a crescere in modo brusco e repentino. 

Non ricordo granché del resto della mattinata, ma ricordo bene il seguito. Quel pomeriggio, al parco del mio paese, baciavo per la prima volta il primo, grande, impetuoso Amore della mia vita. Nello stesso giorno il fato mi privava di una principessa, ma mi regalava un principe, in un salto verso la maturità che da quel momento in poi divenne inarrestabile. Quel ragazzo, mio coetaneo, era tutto ciò che avevo sempre desiderato: bellissimo, dolce, intelligente, divertente, dai grandi sogni. Era stato un colpo di fulmine avvenuto qualche giorno prima. Non potevo credere alla mia fortuna. Fu un Amore veramente grande e travolgente, come solo gli amori adolescenziali possono essere e come i successivi non saranno mai. La nostra storia durò un paio d’anni e quando finí mi lasciò devastata. Col senno di poi, mi chiesi se non avessi dovuto presagire una fine così dolorosa, vista la stella infausta sotto cui era nata. 

A distanza di vent’anni, gioia e dolore si mescolano nei ricordi di quella ragazzina che sognava principesse e principi e iniziava a comprendere quanto dolce e amara potesse essere la vita. Oggi io piango la morte, reale e metaforica, delle persone i cui destini si incrociarono quel 31 Agosto 1997. 

Amari risvegli

Il rientro da queste ferie è quanto mai amaro. Il caldo e l’afa inusuali, le valigie da sistemare, la tristezza per il bel periodo finito, il peso delle responsabilità, il ritorno alla routine… fa tutto parte del pacchetto. Ciò che non ci si aspetta è scoprire che una persona vicina, ritenuta un’alleata, possa rivelarsi una sputasentenze guidata da arroganza, mediocrità e forma mentis vecchio stampo. Quindi, sostanzialmente, un nemico.

Tutto è nato durante una visita di cortesia ad alcune persone fatta dopo essere tornata. Da una battuta, che avessi il mal di stomaco pensando a ciò che mi aspettava da settembre, si è scatenato l’inferno. Da una cortese persona, che da qui in poi chiamerò “Gentilissima”,  mi sono sentita:

– accusare di essere mentalmente debole e ammonire sul fatto di dovermi rinforzare. Mi è scappata una risata e, nel tentativo di smorzarla, devo essere apparsa imbarazzata. In realtà ero del tutto ilare, perché se Gentilissima sapesse ciò che ho affrontato nella vita vedrebbe in me l’incarnazione di Wonder Woman e sarebbe colma di stima e ammirazione nei miei confronti.

– dire che essendo una psicologa certe cose dovrei saperle/da alcune cose dovrei essere immune. A parte il fatto che ancora psicologa non sono, io “certe cose” le so benissimo, al contrario di lei e della sua psicologia del Cioè. Per il resto, sono immune da problemi di natura emotiva e psichica tanto quanto un medico è immune da virus, batteri e malattie. Ah, aspetta, Gentilissima usa l’omeopatia: adesso è tutto chiaro!

– intimare di finire al più presto l’università, perché la sto trascinando più del dovuto. Sono io la prima a voler chiudere questo capitolo ed è vero che i tempi si sono dilatati. Qual è, però, la ragione? Il lavoro. Quest’anno mi iscriverò al secondo anno fuori corso della magistrale, perché sarò nuovamente impegnata a lavorare. Essere studente e libero professionista nello stesso momento non è facile, anzi. Solo chi ha provato può comprendere. È questa la causa del mio mal di stomaco. Ma cosa può saperne Gentilissima, persona non laureata (ignoro se diplomata) e che svolge una mansione impiegatizia? Mi sono anche sentita dare consigli su come gestire esami e tesi. Gentilissima è convinta che una tesi empirica magistrale si possa fare in 2/3 mesi, per dire. Li seguirò subito!

– dire che alla mia età le donne sono già sistemate. Si potrebbe aprire un trattato di sociologia sul significato della parola “sistemata”. Che cosa intendeva Gentilissima? Che al giorno d’oggi le trentenni hanno un impiego fisso? Che sono sposate? Che hanno figli? Quali tappe della perfetta donna del monopoli anni ’50 non ho ancora raggiunto? Ho passato i trenta? Sì. Sono laureata? Sì, alla triennale, e non manca molto alla laurea magistrale. Sono sposata? No, ma convivo da molti anni. Ho un impiego fisso? Di questi tempi, seriously?!? Ho figli? No, e non ho mai fatto mistero di essere concentrata sulla mia realizzazione personale e non sulla maternità. Certo, se la mia vita fosse stata diversa, probabilmente avrei fatto il percorso universitario durante i vent’anni e forse ora avrei altri obiettivi. Però la vita si sceglie fino ad un certo punto, ho dovuto agire come potevo con ciò che avevo e l’università l’ho iniziata a pochi mesi dal mio 28esimo compleanno. Quasi dieci anni in ritardo dalla “norma”. Avrei voluto che le cose fossero andate diversamente? Certo che sì! Mi pento delle mie scelte successive? Certo che no! Ma soprattutto: chi cazzo sei tu, persona Gentilissima, per dirmi come dovrei vivere la mia vita?

– dire che se devo viverla così male dovrei lasciare il lavoro. Avevo già valutato questa ipotesi. Ero tentata. Lo sono ancora, in certi momenti. Mi pesa molto essere studentessa lavoratrice. Soprattutto perché, appunto, non ho più vent’anni. La sento sempre più spesso la pressione del tempo che passa. Non per adattamento a stupidi standard sociali, bensì per motivazioni personali (e biologiche, talvolta). Trovo però sia una mossa stupida uscire dal circuito professionale proprio ora. Meglio stringere i denti per un altro anno, poi si vedrà.

Per educazione, non ho potuto rispondere per le rime a Gentilissima, anche se ad un certo punto della conversazione mi sono alterata, ho alzato la voce e ho detto chiaro che mi stava facendo incazzare. Ho proprio detto incazzare. Abbiamo discusso un po’, ma alla fine lei è rimasta nella sua posizione e io nella mia. Non ho voluto andare oltre. Non ne sarebbe valsa la pena. Ho cambiato discorso e poco dopo ho preso la via della porta.

Sono passati giorni, ma l’amarezza rimane. E anche la rabbia. Sono avvezza a discorsi simili sussurrati alle spalle o schiaffati in faccia. Chi non conosce i retroscena tappa i buchi in modo fantasioso, fino ad arrivare alle critiche. Ormai ho imparato a farmele scivolare addosso, però vederle arrivare da chi pensi ti voglia bene fa molto male. Questa Gentilissima persona non credo fosse mossa da cattiveria; probabilmente voleva aiutarmi, spronarmi, sdrammatizzare. Di certo ha detto cose giuste quando mi ha invitato a non vivere con l’ansia. Eppure, nonostante le buone intenzioni gestite in modo maldestro, non riesco a non scorgere la presunzione di sapere cosa sia meglio per gli altri,   l’arroganza di chi ne sa sempre una più del diavolo, la mentalità vecchio stampo, l’ignoranza travestita da maniere cortesi, la critica per non essere come l’altro si aspetta che tu sia. È come se improvvisamente avessi visto quella persona per come è veramente, e ciò che ho visto non mi piace. Ridimensionare qualcuno a cui si vuole bene è sempre un processo doloroso e adesso, infatti, soffro.

Mezzo Ferragosto 

La prima parte del Ferragosto 2017 è andata piuttosto bene. Io, l’Amore mio e la piccola cana, in montagna. Svegliata dalla sigla di Game of Thrones, gentilmente fatta partire da lui. Colazione fatta con muffin al cacao senza glutine nè lattosio presi dal mitico panificio dei dintorni. Guardato serie tv su Sky sorseggiando tè nero al lime. Fatta amabile passeggiata fino alla cima del piazzale, con sosta per comprare il giornale. Iniziato un nuovo libro seduta sulla poltroncina al limitare del bosco, mentre l’Amore mio si immolava per la famiglia e andava a rifornirsi di cibarie alla festa paesana qua sotto. Pranzato in mezzo alla natura, mangiando un mix di spezzatino di cervo con polenta, pastin, formaggio alla piastra, funghi, crauti e patate fritte. Tutto estremamente buono e saporito, come da migliori tradizioni. In corso, riposino digestivo sulla sdraio all’ombra degli alberi. Per ora, tutto meravigliosamente bene. La mia parte scaramantica tenderebbe a non farmene beare troppo, neanche il solo pensiero felice avesse il potere di attirare sciagure bibliche. Ma la felicità è fatta di piccoli attimi, e se anche la giornata dovesse mutare in negativo, nulla potrebbe riavvolgere il tempo e rendere brutte queste belle ore. 

Ansia pre-gara

Chi cazzo me l’ha fatto fare? 

Domani io e piccola cana abbiamo la nostra prima gara di Rally Obedience. L’ansia si sta impossessando di me. Insieme al ciclo mestruale. Sta arrivando, lo sento! Questione di poche ore, stasera o domani al massimo. Se la sfiga ci vuole proprio male, arriverà giusto giusto per farmi morire in gara, assieme al caldo, l’afa infernale e la figura di merda pubblica. 

Perché mi sono fatta convincere a fare questa cosa? Perché, quando la mia prima risposta era stata:”No, grazie.”? Perché, quando ho pensato che tra lavoro, esami universitari, esami di arti marziali, nel 2017 mi ero messa alla prova già molte volte e non mi servivano altre ansie? 
Ieri è stata una giornata molto buona per quanto riguarda l’allenamento con la piccola cana. L’addestratrice si è quasi commossa da quanto brave siamo state in conduzione! Mi ha addirittura detto che in futuro potremmo diventare campionesse! Non ci potevo credere! Mai avrei immaginato che quella bestiaccia nera e pelosa che mi ha rubato il cuore, potesse cambiare così tanto in soli 2 mesi di addestramento! Proprio lei, così insicura, ansiosa, timorosa, testona! Non toccavo neanche terra da quanto ero felice e orgogliosa! 

Oggi la guardo, così tranquilla e serena, ignara di ciò che ci aspetta domani. E la invidio. Beata ignoranza. Io, che vorrei avere sempre tutto sotto controllo, e per cui la non consapevolezza è il peggior incubo, invidio la spensieratezza di un cagnolino!

Ma chi cazzo ce lo ha fatto fare? 

Gara di Rally Obedience 

L’addestratrice della mia gioietta canina ha insistito affinché io e la piccola cana ci iscrivessimo come esordienti ad una gara di Rally Obedience che si terrà sabato. Non lo ha fatto in maniera fastidiosa, bensì come sprone, perché convinta che siamo in grado di farlo, nonostante io sia sommersa di insicurezze e pippe mentali. 

La Rally Obedience è una disciplina sportiva dove l’uomo e il cane compiono in coppia percorsi lungo i quali devono essere eseguiti esercizi indicati da cartelli disposti lungo il tragitto. 

Ieri sera abbiamo fatto 2 ore di allenamento pre-gara insieme agli altri partecipanti del centro cinofilo. Un disastro! Siamo partite male fin dall’inizio, con piccola cana che aveva deciso di fare la rimessa al piede storta, quando solitamente la esegue in maniera perfetta. Durante il percorso era esagitata: correva invece di andare a passo normale, saltava a caso, si distraeva, cercava il suo papà con lo sguardo… Non era mai successo! 

Per quanto riguarda la questione: “Papà guardami! Dove sei? Mi stai guardando?”, c’è da dire che ieri era la prima volta che lui assisteva ad un allenamento. È stato un bene che sia venuto, ora sappiamo che alla gara non dovrà esserci, dato che l’effetto su di lei è questo. Ci siamo rimasti un po’ male, lui ci teneva tanto a vederci. Essendo la prima gara, pazienza. In futuro faremo allenamenti con lui presente per abituarla. 

L’addestratrice ci aveva avvisato che non sarebbe stato facile. Un conto è eseguire comandi ed esercizi da sole, senza distrazioni. Nelle gare, invece, ci sono mille variabili che possono inficiare il risultato: luoghi sconosciuti, odori nuovi, molte persone, tanti cani, rumori inusuali… Senza contare lo stato d’animo del cane in quel momento, e anche di quello del suo conduttore. Una cosa che sto imparando è riconoscere quanto le mie emozioni influenzino quelle della mia gioietta. A volte è come vedere se stessi all’esterno ed è stupefacente. E terrificante. E frustrante, se le cose vanno male. Anche lei influenza me, è una situazione circolare.  

Ricordo che una sera, ad uno dei primi allenamenti, lei non era in vena e non collaborava. Ciò mi faceva innervosire e perdere la voglia di fare. Più io indugiavo in questo stato d’animo, meno lei faceva. Ad un certo punto ha iniziato ad ignorarmi, come se non esistessi. Mi sono sentita invisibile, un fantasma. Non era mai successo prima. Mi ha fatto perdere la testa. Mi ha ferita nel profondo. Mi veniva da piangere. L’addestratrice è venuta in nostro soccorso. Mi ha spiegato cosa stava succedendo. Ci ha detto di riposare un attimo. Poi ci ha invitato a giocare assieme, come facciamo a casa. Poco dopo, io stavo ridendo e lei si stava divertendo da matti. Era carica e pronta. Nel tempo restante, ha eseguito i comandi alla perfezione. 

Quella sera ho capito tante cose di me, di lei e di noi. Da allora non mi innervosisco più. E tento di non abbattermi. Non è sempre facile, ma ci provo. Dev’essere un gioco per entrambe. La gara è già persa in partenza, ma non importa. Temevo la brutta figura, l’arrivare ultime… Ma chi se ne frega! So solo che questa esperienza ci permette di fare tante nuove cose assieme. Ci divertiamo. Impariamo. Spesso più io di lei. Ci connettiamo a livelli sempre più profondi. 

Se penso a quando abbiamo cominciato… la piccola cana era estremamente insicura, timorosa, paurosa, indisciplinata, ansiosa. Non mi aveva sfiorato neanche lontanamente l’idea di una gara. Il concetto non era proprio concepibile, nel nostro mondo. Invece siamo qua, iscritte, per niente pronte ma iscritte, e ci proviamo. Per noi, me/mamma, papà, cana, addestratrice, è già vittoria.

Ritorni al passato 

Abitare distante dal luogo in cui si è nati lasciandoci la famiglia di origine è spesso scomodo e fonte di malinconia, ma ha anche i suoi vantaggi. Uno di questi è poterci tornare in mini-vacanza, venendo sostanzialmente catapultati indietro nel tempo agli anni dorati della giovinezza. 

Sono partita giovedì mattina lasciandomi alle spalle compagno, cane, casa, impegni e responsabilità. Una volta tornata all’ovile, ho trascorso giornate degne del mio periodo tardo adolescenziale e della mia primissima età adulta. 

Ho bevuto caffè inzuppandoci amabili chiacchiere, senza preoccuparmi dello scorrere del tempo.

Mi sono dedicata alla difficile arte dell’organizzazione degli incontri con le amiche, orchestrando orari, luoghi e outfit con metodici scambi di foto, opinioni e note a margine, che neanche un brainstorming per la settimana della moda milanese. 

Non ho lasciato al caso nemmeno il trucco, neanche quando le uniche persone che mi avrebbero vista sarebbero state la nonna ultra-novantenne con la cataratta e la sua badante. Sia mai che qualcuno mi veda sciatta e, ricordandomi come simbolo vivente della filosofia “splendida splendente”, pensi che invecchiare e/o trasferirmi mi abbiano resa peggiore.  

Ho goduto di pranzi e cene non ideati nè cucinati da me. Chi quotidianamente deve preoccuparsi dei propri e altrui pasti può facilmente comprenderne il lusso. Mamma, badante, chef del ristorante, barista… Chiunque mi sfami senza farmi muovere un dito mi rende temporaneamente una principessa. 

Ho ovviamente incontrato le amiche con cui ho preso accordi, passando dei momenti piacevoli e festosi, da cui sono rincasata anche a notte fonda, salendo le scale a piedi nudi, scarpe in una mano e torcia del cellulare nell’altra, quatta quatta, nel tentativo di non svegliare nessuno. Questo più di tutti mi ha riportato ai tempi d’oro in cui fare mattina era sinonimo di serate da leoni che, in seguito, non mi rendevano zombie per giorni. Passare i 30 per credere. 

Ho fatto anche un po’ di shopping approfittando dei saldi, pensando in un primo momento di occultare la cosa, per non sentire i commenti dei miei genitori sul fatto che butto i soldi… critiche che sono comunque arrivate quando, alla fine, ho deciso di mostrare a mia madre gli acquisti fatti grazie anche alla sua mancia. 

Ho sentito la mamma chiedermi a che ora sarei rincasata, mentre uscivo dalla porta di casa in direzione festa, di fronte alle mie amiche. Mi sono fatta baciare (!) dalla mamma,  mentre uscivo dalla porta di casa in direzione festa, di fronte alle mie amiche! E naturalmente: avevo le chiavi? Sarei stata attenta a non far uscire i gatti mentre rientravo? Avrei fatto la brava? Frasi e atteggiamenti che mi hanno irritato per anni, ma che adesso vedo per quello che sono: amore.

Ogni volta, quando poi ritorno alla mia nuova casa e alla vita di tutti i giorni, non posso fare a meno di rimpiangere la mia esistenza prima dei 30 anni, quando le responsabilità erano minori e le coccole erano (forse) più numerose. 

Poi però penso che non tutto era rose e fiori, anzi… I miei primi vent’anni sono stati i più difficili della mia vita, finora. Il tempo, si sa, cancella le brutture. Penso anche che una vita del genere, adesso, significherebbe aver smesso di evolvermi. Li vedo, quando sono lá, vecchi amici o conoscenti immutati nel modo di essere e di fare, “lost souls swimming in a fish bowl, year after year, running over the same old ground”. Forse ne sono inconsapevoli, forse a loro piace così, ma so che IO non vorrei essere così. È bello entrare nella capsula del tempo e rimanerci sospesa per un po’. È angosciate pensare di rimanere cristallizzata in un momento per sempre. Non si può fare le stesse cose per anni e chiamarla vita. 

Accettazione

Consegnata la relazione e affrancatami da esami incombenti, mi sono ritrovata “libera” per la prima volta dopo mesi. Da settembre 2016 a giugno 2017 ho fatto i salti mortali per conciliare lavoro e università. In giugno non mi sono nemmeno resa conto di aver terminato l’incarico, visto l’inizio della sessione estiva. Parigi è stata un’esperienza quasi irreale nel bel mezzo dell’affanno totale. Una volta tornata, ho dovuto reimmergermi negli impegni con riluttanza e fatica.

Poi un bel giorno mi sono svegliata e ho realizzato di non avere spade di Damocle pendenti sul capo.  Inizialmente la sensazione mi ha creato disagio per la sua estraneità. Non sono abituata al “vuoto” e alla tregua dagli impegni. Mi sono sentita persa. E sola. Soprattutto sola, dato che la mia rete sociale è composta da persone che lavorano a tempo pieno.

Dopo qualche giorno di scontentezza e malessere psicologico, ho deciso di cambiare prospettiva. Dato che è l’osservatore a creare la propria realtà, non dovevo fare altro che guardare la situazione in modo diverso.

E così ho fatto. Ho deciso di considerare questo periodo estivo come un’opportunità per riappropriarmi del mio tempo. Sono io che decido quando, come, perché e dove fare (o non fare) le cose. Sono libera. Ciò non significa che io debba oziare. Ho ancora scadenze da rispettare e doveri da adempiere. Ma non sono prossimi e con una discreta e NON soffocante organizzazione posso occuparmene. E, nel frattempo, occuparmi di me stessa, del mio benessere psicofisico, della mia casa, del mio tempo.

Ironia della sorte, questa consapevolezza ha fatto sì che la stanchezza di quasi un anno mi si riversasse addosso. Improvvisamente, qualsiasi cosa mi costa fatica. Il gran caldo non aiuta. Dei pochi obiettivi che mi ero prefissata in questi ultimi giorni, non ne ho raggiunto nemmeno uno.

Lo accetto. Accetto il mio momento di spossatezza. Me lo sono “guadagnata”. Ho sudato sette camicie per quasi un anno, nulla di cui strabiliarsi.

Mi accetto come essere umano. Il voler essere Wonder Woman a tutti i costi è un mio modo di pensare disfunzionale ormai lontano. Che conquista!

Metti una sera al giapponese… 

Stasera ho cenato con l’amica con cui sono stata a Parigi. Mi sono resa conto che mi è mancata molto. Dopo il nostro ritorno ci siamo viste per alcune serate, ma eravamo sempre in compagnia di altre persone, e tornare ad essere da sole è stato un po’ come tornare lá, complici, serene e spensierate. Ho anche provato un affetto diverso per lei. Il viaggio ha rafforzato il nostro rapporto, ne sono molto felice. Pensare che durante i primi anni di conoscenza abbiamo fatto fatica a legare… Non avrei mai immaginato saremmo arrivate a questo punto. Ma eravamo entrambe persone molto diverse allora. 

Lei è in dolce attesa e stasera abbiamo saputo il sesso del nascituro. Quell’esserino indistinto che ci ha accompagnate nelle avventure parigine è passato improvvisamente da entità quasi astratta a creatura determinata e reale. È una circostanza totalmente nuova per me… E anche per lei! Mi ha davvero strabiliato!  

Ciliegina sulla torta: buon sushi nel nostro ristorante preferito. Era parecchio che non ci andavo, credo l’ultima volta sia stata sempre con lei, mesi fa. 

Ci voleva una serata così, colma di belle emozioni e che mi portasse fuori casa dopo giorni di “ritiro”. Ultimamente mi ero rabbuiata un po’ e vedevo questo periodo estivo un po’ vuoto e pesante da superare. Invece vado a dormire soddisfatta e con rinnovato ottimismo per le settimane a venire.